24 fotogrammi in 4 parole


Scene da una bottiglia ambulante
settembre 27, 2007, 7:47 pm
Filed under: anima, segni urbani

Oggi ho incontrato l’uomo più triste del mondo. Era seduto nel posto degli invalidi di guerra e delle donne gravide. L’uomo era invalido. Nell’anima.
Un vecchio guerriero cui avevano lacerato anche l’armatura.
Chissà quale guerra aveva combattuto per avere un volto così triste.
Accasciato e avvolto da un soprabito verde militare, aveva il collo proteso verso il basso, sembrava quasi dormisse ma era vigile. Gli guardavo le palpebre e intuivo i movimenti. Ogni tanto guardava fuori dal finestrino e nemmeno una volta si è girato verso la folla.
Avreste dovuto vedere la posizione delle mani: la sinistra abbandonata sulle gambe, senza tensione nè movimento. La destra, invece, chiusa a pugno neanche tanto ben serrato e un piccolo tunnel scavato proprio al centro come se stesse portando un fiore. Ecco sembrava che fosse lì su quell’autobus da anni e che avesse un fiore nella mano che – però – si era dissolto nel tempo e ora non si vedeva più.
L’uomo più triste del mondo teneva stretto un fiore immaginario, chissà a chi lo stava portando. E su quell’autobus concitato e pieno di gente a riparo dalla pioggia, senza saperlo, quel guerriero stanco ha creato una storia. L’ha ritagliata nella confusione delle suonerie.
Era triste, era un ex-soldato in licenza da troppo tempo, aveva una fede al dito, forse vedovo, era sconfitto. Era immobile come il dolore.
Quell’uomo aveva un fiore in mano, io l’ho visto. E nascoste dalla sua mano, forse, troppe spine.



fragilità da supermercato
settembre 20, 2007, 8:19 pm
Filed under: anima

Ero in fila alla cassa del supermercato ed una ragazzina bruna, con le codine e una tuta rosa slavato, mi ha chiesto scusa per aver urtato contro la mia gamba con una baguette.
Sembro davvero così fragile?



scene da una bottiglia ambulante 4
settembre 6, 2007, 11:03 am
Filed under: segni urbani

Salgo dalla porta posteriore e mi fermo lì, nelle retrovie. L’autobus è pieno. Un solo posto libero accanto ad uno di quelli con cui non si vuole sedere mai nessuno. Uno di quelli che parlano ad alta voce, quelli che sembrano predicatori senza chiesa. Comunicatori senza audience. Il nostro uomo sta parlando al telefono e dice frasi sconnesse, alcune sono profonde rilflessioni sul cambiamento sociale, altre – più intime – sul suo stato d’animo dopo ‘i troiaio mangiato il giorno prima.
Prima fermata
Ragazza mora, entusiasta di poter occupare quell’unico posto libero, si siede proprio mentre l’uomo fa una pausa per ascoltare il sedicente interlocutore dall’altra parte del telefono.
L’uomo riprende ad altissima voce – eccheccazzoquestigiovani, sonotuttiviziatidaquestisoldi, ho.pagato.tutto.per.tre.notti.ma.voglio.dormire.al.rifugio.con te – (al rifugio?! quale rifugio??!).
La ragazza resasi conto del fatale errore s’alza e si sposta vicino al conducente, lontano dieci file di sedie da quel posto.

Seconda feramata
Donna di mezza età s’appresta e sgomita per non farsi fregare quell’unico posto. Si siede. Lui le fa spazio sbuffando: gli stava facendo perdere la concentrazione. L’uomo rincalza con timbro sonoro, taccia di escremento la città in cui vive, propone una cena in un non ben definito parco, offende un dottore che non gli aveva diagnosticato per tempo quella cosa lì. Dice proprio così, non definisce la malattia. Lo avrà trattenuto il senso per la privacy – penso.
Anche la signora di mezza età si alza e raggiunge la ragazza mora, si guardano e scuotono la testa per condividere l’esperienza.

Terza fermata
Sale un gruppetto di persone. Anche questa volta è una ragazza, la vedo solo di spalle mentre si siede nell’unico posto libero. Quello.
A questo punto tutti noi abbiamo la conferma che l’interlocutore al di là della cornetta è una donna e – di grazia – non sapremo mai se reale o un ologramma partorito dalla sua mente. Tutto l’autobus evita di guardarsi, facciamo finta di non ascoltare mentre il nostro uomo propone all’interlocutrice di stare insieme a lui e di fare all’amore tutti i giorni. La ragazza, però rimane ferma al suo posto. La conversazione non sembra toccarla, lei vuole tenersi stretto il suo posto, chissà forse deve scendere al capolinea. Intanto è arrivata la mia fermata, devo scendere. Passo davanti ai due, sono curiosa di vedere che faccia ha la Giovanna d’Arco dell’autobus. Mi avvicino alle porte, mi giro. La guardo e capisco.
Aveva l’ipod alle orecchie.



segnali di fumo e fumetto
settembre 3, 2007, 8:18 am
Filed under: anima, cinema, musica, segnali di fumo

Vi segnalo un altro piccolo haiku su canemucca .
Inoltre a chi piace Miyazaki suggerisco di ascoltare – ad occhi aperti – la colonna sonora de Il castello errante di Howl, suonata dal vivo.