Oggi 28 luglio, domani e dopo domani per tutto il giorno fino alle 22:00 al castello Svevo di Trani, Tomax espone una sua personale di fotografia.
Vi invito a visitarla.
Qui troverete tutti i dettagli e anche un video del backstage dell’allestimento della mostra dove io e Melanzina abbiamo aiutato Tomax a lavorare e ridere contemporaneamente senza far cadere mai nulla.
Vi aspettiamo!
Mi ero quasi appisolata con la testa appoggiata al vetro. Oltre a me, un signore pronto ad uscire e una studentessa a tiro diagonale dal mio sguardo.
A metà tragitto si aggiunge, sorniona, una pingue signora sudaticcia. Se non avesse indossato un abbigliamento fin troppo casual e trascurato sarebbe stata una primadonna assoluta nei dipinti di Botero.
L’autobus era praticamente vuoto: oltre 30 posti a sedere liberi. Il caldo umido delle 14.00 a picco sulle lamiere.
La corpulenta signora si guarda attorno per cercare un posto. Avrebbe potuto sceglierne uno qualsiasi, vicino al finestrino, all’uscita, al centro, in fondo. Ma nonostante questo la vedo approssimarsi verso la sedia vuota accanto alla mia. Dico tra me e me che no, non è mica possibile. E invece quella avanza diretta, senza tentennamenti. Si siede, appiccicata alla mia coscia destra, occupando molto più dello spazio consentito dalla prossemica.
Per qualche secondo ho avuto un moto di buona educazione. Ho pensato che alzarmi e cambiare posto poteva sembrare offensivo.
Ma l’istinto di sopravvivenza ha prevalso. E mi sono spostata.
Ancora adesso mi chiedo cosa ci avrà trovato mai in quella sedia? Perchè proprio quella? Perchè proprio io?
Mi verrebbe da dire ai posti l’ardua sentenza. Ma farebbe ridere solo quelli che amano Groucho. Come me.
La poesia non vuole comunicare. Non parla a me, a te. Non insegna. Non ipotizza nè dimostra.
La poesia è stupore del mondo. Non in senso filosofico, intenso come distacco dal mondo per poterlo osservare con occhi nuovi. Al contrario, la poesia è lo stupore che sta dentro le cose e le intensifica.
Quando la lingua si ambienta perfettamente al mondo di tutti i giorni e lo scopre ogni volta.
Quando il ritmo, il tono, le strofe diventano un fenomeno di sorprendente vicinanza a ciò che siamo e non sappiamo dire.
Quando, per attitudine socratica, la poesia abbassa i toni, partendo da un non so e da un perchè.
Quando cose nuove vengono scoperte dentro cose note.
Quando la poesia ci spinge a tenere una tecnica di mobilità mentale attraverso giochi logici, narrativi e ironici allora v’è stupore e partecipazione.
Allora è Wisława Szymborska.
Oggi, presente alla Normale di Pisa e introdotta da una notevole lectio di Alfonso Berardinelli, la ottantaquatrenne poetessa polacca ha incantato una sala gremita con la sua flebile voce e lo sguardo vispo e tagliente.
La Szymborska, hanno detto, è tra le poetesse più citate dai blogger. Io credo che il motivo sia legato, ancora una volta, allo stupore e alla partecipazione di cui i blogger sono insieme instancabili fruitori e attivi protagonisti.
Qui le foto dell’incontro con la poetessa a Pisa.
Attaccata all’unico spiraglio di finestrino aperto, in attesa che scattasse il rosso, fremevo per poter scendere da quella rovente bottiglia ambulante. Il caldo, fa brutti scherzi, anche a chi viaggia con l’aria condizionata.
Esterno/giorno:
Incrocio. Semafori. Autobus. Macchine. Traffico caotico. E, naturalmente, zingaro scopinomunito.
Temperatura percepita:
25 gradi circa, ventoso
Azione:
Il semaforo è rosso e lo zingaro, incurante dei gesti di diniego, si avvicina all’auto in pole position. L’automobilista guida un fuoristrada, di quelli che sono utili se devi percorrere strade sterrate. Ma la carrozzeria di quel fuoristrada è lucida e riflettente e sembrava uscito piuttosto dalla vasca da bagno idromassaggi che da una carraia di periferia. Lo zingaro impertinente, invece, pareva uscire da una bettola di alluminio.
Ai grandi incroci i semafori durano a lungo, abbastanza per litigare dentro o fuori il veicolo. L’automobilista, prima si sbraccia per dire no, che non vuole i vetri più puliti, poi attiva i tergicristalli. Lo zingaro continua a tentare il lavaggio del vetro, con quell’insistenza irritante che mette a dura prova anche l’antropologo più relativista.
Ormai hanno l’orologio dei semafori a memoria, gli zingari. 15 secondi prima che scattasse il verde, il lavavetri si accosta al finestrino nell’ultimo tentativo di fare goal. L’automobilista allunga il braccio fuori - come per dargli qualche moneta - ma con un gesto veloce toglie il cappellino appoggiato sulla testa dello zingaro buttandolo per terra. Scatta il verde. Tutti si muovono sfrecciando accanto al rom.
E penso: non stanno simpatici nemmeno a me. Anzi mi inquietano. Ma c’era bisogno di quel gesto?
In attesa di avere il tempo di montare le prossime immagini, uso poche parole per descrivere una scena vista in questi giorni.
E’ salito nella bottiglia accompagnato dalla mamma. Aveva il fisico di un ragazzino e il viso di un adulto, due occhi piccoli e chiari e il mento stretto. La sua carnagione pallida tradiva giornate all’ombra di una vita fatta di tutori. Tutori mentali, tutori fisici, tutori sociali perchè lui, il ragazzo-adulto era un “diversamente abile”, forse un down. Lui e la mamma-tutore si sono seduti di fronte ad una coppia di fidanzati, forse spagnoli. E proprio quando la mamma si è allontanata per timbrare i biglietti, lui, il ragazzo-adulto ha allungato la mano e l’ha appoggiata sul ginocchio scoperto della straniera. Una piccola carezza senza pretese. Un gesto breve senza scie.
Lei non si è spaventata, non si è preoccupata, il suo viso non era turbato.
Il ragazzo-adulto ha tenuto per qualche secondo la mano sul ginocchio, sembrava quasi la conoscesse e volesse solo richiamare la sua attenzione. Non ha battuto ciglio, emesso suono. Non si è distratto ma, attratto più da quel lieve sorriso che dal ginocchio nudo, ha rimesso piano la mano sulle proprie gambe.
Questa scena è durata poco meno di un minuto, tanto quanto basta per pensare che a volte si potrebbe anche solo sorridere senza dire nulla per affrontare un imprevisto.
Dura la vita per chi ama raccontare con le immagini. Non vi sembra strano?
Tanto più cresce lo spazio dato su internet alle scene “private” (you tube, flickr), tanto più ci alleniamo a guardare la vita degli altri (GF e altre amenità) sullo schermo delle tv e dei videofonini, tanto più diminuisce la tolleranza verso coloro che inquadrano soggetti non turistici come, chessò, un banchetto della frutta.
Avete mai provato a girare da soli in città con una videocamera? Gli sguardi preoccupati delle persone sono più che una percezione.
Mi viene da pensare che ci sia una contraddizione sociologica evidente tra le quotidiane battaglie sulla tutela della privacy e lo spiccato voyerismo, in mille modi declinato, che caratterizza la nostra epoca. Da una parte c’è qualcuno che paga milioni pur di entrare in possesso di foto scandalistiche e dall’altra chi si scandalizza del videobullismo. Ma non è di questo che voglio parlare, lascio sbrogliare ai sociologi la matassa. Se mai ce ne fosse una.
Voglio inagurare un progetto video che ho chiamato mie alchiMie e che nasce dall’idea di dare spazio alle immagini “rubate” alle città, ai luoghi e al loro vivere quotidiano senza nuocere nessuno con fotogrammi morbosi. Niente moralismi, solo immagini accostate, come note su un pentagramma.
Le immagini che ho usato sono riprese scartate dal girato di un matrimonio. Spesso accadono cose collaterali alla scena principale, quella su cui è concentrata l’attenzione di tutti, che nessuno nota. E sono piccole immagini poetiche.
Voglio ringraziare pubblicamente i Dulevànd per avermi concesso di usare il loro bellissimo brano Alla Controra come soundtrack di questo piccolo video, e Tomax per le sue riprese, occhi meravigliosi puntati sul mondo.
Ieri mattina, imbottigliata nell’autobus, rannicchiata sulla mia seggiola per non dare fastidio all’umanità, zaino sulle ginocchia e ipod alle orecchie, provavo a non pensare a nulla che potesse farmi sentire peggio di quanto ci si senta ad essere amalgamati ad un composto che non vuoi.
Ed ero lì. Con il naso schiacciato contro il finestrino a godermi il più possibile il movimento apparente delle cose ferme.
Il movimento è dell’autobus, della bottiglia ambulante che mi trasporta: è lui che proietta sulle case, sugli alberi, su tutto ciò che immobile pare se immobile stai, questo movimento trascinato. Un effetto sfocato a diaframma aperto che l’occhio ingoia a velocità incostante.
Ma poi il movimento si ferma. Non giro la testa. Continuo a guardare fuori. All’improvviso vedo un vecchietto uscire da un bancomat (di quelli chiusi in una specie di stanza). Ricurvo su se stesso, storto, con un baschetto in testa ed un bastone in mano. Lento apre la porta, fa un passo e lascia che la porta si chiuda - da sola - dietro di lui. Ma poi si ferma. Ci ripensa. Si gira piano, ritorna sul suo unico passo fatto e si assicura che la porta si sia chiusa bene.
Come se la porta fosse quella di casa sua.
La delicatezza e la semplicità di un gesto consueto e privato in un posto inconsueto e pubblico, mi ha commossa. E in quel breve attimo mi sono concessa di pensare di non essere imbottigliata nell’autobus, imbottigliato a sua volta nel traffico e nella fretta dei clacson.
Cosa sarà mai il famigerato “lephone” dell’insegna? Si accettano scommesse. The lephone è:
a) Un nuovo lemma anglo-indi-maghre-cino-filippino
b) Una crasi fonetica che unisce la praticità dell’inglese con l’eleganza sonora del francese
c) Una refuso serigrafico dai costi troppo alti per successive correzioni
f) Un modo per distinguere i rompic… dai tolleranti
Ad andarsene in giro a vedere come le città cambiano e assorbono i cambiamenti sociali, ce ne sarebbe da raccontare. Raccontare come i luoghi restituiscano, sintetizzati in signa, l’amalgama del tempo e degli uomini che sopra di esse ci passano, dormono, mangiano e fanno all’amore.E poi scrivono Telephone con il th.




