24 fotogrammi in 4 parole

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Scene da una bottiglia ambulante. (Amor omnia vincit)

Luglio 15, 2008 · 4 Commenti

Il caldo soffocante di questi giorni era riuscito a rallentare i riflessi di tutti, anche dei bambini dell’autobus affollato su cui ero salita per tornare a casa.
C’era silenzio a dispetto del solito chiacchiericcio e voglia di trovarsi tutti, ognuno nelle proprie case, sotto la doccia o semplicemente davanti al frigorifero alla ricerca della bottiglia d’acqua più fresca. Anche il conducente non doveva desiderare molto altro di diverso. Chissà quando sarebbe finito il suo turno.

Eravamo imbottigliati nel traffico dell’ora di punta e avevamo appena caricato un altro gruppo di persone pronte a bruciare l’ossigeno rimanente nel veicolo. Le porte si chiudono e l’autobus riparte. In una manciata di secondi, non più di una decina, succede questo: il conducente riparte e vede un uomo con 3 rose in mano che dall’altra parte della strada gli fa una smorfia di disperazione per aver perso la corsa. L’uomo tenta un cenno, una richiesta d’aiuto. Il conducente prosegue per pochi metri ma poi si ferma. E Aspetta. Giusto il tempo che l’uomo con le rose possa attraversare e infilarsi nella porta posteriore prontamente riaperta.

Il conducente accaldato deve aver colto (o pensato) in quei pochi secondi che l’uomo stava andando ad un appuntamento d’amore ed ha contravvenuto alla regola che vieta di potersi fermare al di fuori delle fermate prestabilite pur di aiutare lo sconosciuto. L’uomo con le rose, nel frattempo, ha attraversato il corridoio affollato, facendosi strada con le sue scarne rose - una bianca, una gialla e una rosina - ed ha ringraziato con un secco ma intenso grazie. Dall’aspetto e dall’accento piuttosto slavo dell’uomo, il conducente doveva aver fatto un grande favore ad un albanese, forse un rumeno.

L’autobus ha ripreso la sua corsa ed io ho ripreso a guardare fuori dal finestrino mentre tutto accadeva lentamente per il caldo soffocante.

L’amore dissesta i ponti e - a volte - ferma gli autobus.

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A Firenze fanno spazio agli artisti. Viventi.

Giugno 7, 2008 · 6 Commenti

Firenze è una città d’arte anche per gli artisti contemporanei. E pace all’anima - suprema - di Leonardo, Giotto e Brunelleschi. In controtendenza rispetto all’idea di Firenze come luogo-museale in cui gli spazi “d’arte” sono solo luoghi per turisti affamati di cartolini e souvenirs, nasce Artsenal63 uno spazio esclusivamente dedicato alle esigenze degli artisti.

Artsenal63 nasce dall’idea di Clarice Plana, col patrocinio del Ministero del Lavoro, della Regione Toscana, della Provincia di Firenze e col contributo dell’UE, ed è il primo spazio operativo per l’artista contemporaneo. Il progetto, assolutamente innovativo, è il primo a Firenze. Ha una metratura complessiva di circa 400 mq, caratteristica che lo rende idoneo per essere utilizzato come struttura modulare polivalente, adattabile alle necessità di lavoro di artisti professionisti, ma anche per chi fa arte per passione o svago.

Artsenal 63 offre un insieme di servizi all’artista, che potrà affittare uno spazio anche solo temporaneo, attrezzato per realizzare il proprio lavoro, indipendentemente dalla tecnica praticata, senza doversi sobbarcare oneri economici troppo alti. Anche le piccole compagnie teatrali o le piccole produzioni di arti visive, possono usufruire della struttura.

In attesa delle foto, vi segnalo il prossimo appuntamento che si tiene all’Artsenal63 il prossimo martedì:
(ore 21), performace live (MIXED MEDIA LIVE) di Selfish, video artista e visual designer. La sua presentazione è visibile sul sito www.a63.it

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stefano bollani e altre piccole storie

Maggio 8, 2008 · 1 Commento

Ho visto un cielo che pareva disegnato con i pastelli ad olio. Poi un albero imprigionato in un camion. Ho visto un cartello stradale dal messaggio indecifrabile e un camionista innamorato delle allitterazioni. Infine il buio e la musica. La musica. La musica.

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qualcosa è cambiato

Aprile 24, 2008 · 5 Commenti

Ho visto due punkabbestia che portavano a spasso due cani.
E fin qui.
I due cani avevano il guinzaglio.
E già qui…
I cani erano due bassotti.

Qualcosa è cambiato.

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elemosina non petita, presunzione manifesta

Aprile 5, 2008 · 6 Commenti

Il clochard era seduto per terra nel sottopasso affollato che collega la stazione al resto della città. Rilassato come un sacco mezzo pieno e mezzo vuoto stava lì a corredo urbano del nostro vivere metropolitano.
Sopraggiungono a passo lento due turisti, quelli che nell’improvviso freddo della primavera vanno in giro con le infradito. Lei tira fuori 5 euro e li porge al barbone che nulla aveva chiesto. Non uno sguardo, un gesto, non una mano tesa.
Il clochard mugola qualcosa che assomiglia ad un rifiuto stizzito. La donna, e l’uomo insieme, insistono con un italiano senza suoni: “dai, prendilo, it’s a great banconota!”.
L’uomo, mezzo pieno e mezzo vuoto, prende i 5 euro e li butta per terra il più lontano possibile. Borbotta qualcosa che soltanto immagino ma che comprendo.
I due turisti bellamente se ne vanno facendo spallucce, stupiti di tanta ingratitudine.

L’elemosina esiste quando c’è qualcuno che la chiede. Ma se c’è qualcuno che “fa la carità” senza che sia stata richiesta, manifesta quella tipica presunzione di chi crede che vi sia un unico modo di stare al mondo.
Chissà perchè questa scena mi ha colpita. Chissà perchè i sottopassi di questa città mi raccontano sempre qualcosa.

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il coro delle lamentele a Firenze

Marzo 11, 2008 · 14 Commenti

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Firenze è la prima città italiana ad aderire al coro delle lamentele, una inziativa tanto stravagante quanto interessante.

L’iniziativa - leggo qui sul sito e riporto interamente - si inserisce in un progetto internazionale, ideato a Birmingham dagli artisti Tellervo Kalleinen e Oliver Kochta-Kalleinen.

    Partendo dalla considerazione che gli abitanti di tutte le città del mondo amano lamentarsi sulla propria città e sulla vita in generale, gli artisti hanno tradotto questo fenomeno universale in un’iniziativa ironica, divertente e coinvolgente: nel 2005 hanno organizzato a Birmingham il primo Coro delle Lamentele composto da cittadini volonterosi di creare, con l’aiuto di un compositore, una canzone delle loro lamentele esibendosi come Coro nelle piazze e in altri luoghi pubblici della città.

Vi consiglio di dare un’occhiata al sito e all’inziativa. Sto pensando seriamente di inviare la mia lamentela ed entrare a far parte del Coro di Firenze! Quando l’ho segnalata ad una mia amica di Bari dicendole che l’hanno fatto pure ad Helsinki lei - forte dall’alto della sua beresità - ha chiosato con un “seeee, e di che si lamentano ad Helsinki??”.

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un cuore a lunga conservazione

Febbraio 20, 2008 · 14 Commenti

Vorrei chiudere il cuore in un foglio di pellicola trasparente e stringere forte perchè non perda il suo vermiglio succo.
Vorrei impacchettarlo ad arte, stendendo i lembi del foglio perchè non si formino quelle irritanti cicatrici di plastica in cui non trovi mai l’entrata quando la cerchi e ti costringono a scassinare il pacchetto con coltelli affilati.
Vorrei prendere il mio cuore, così confezionato, e riporlo in fondo nello scomparto del frigo insieme all’insalata e al burro. Nascosto perchè nessuno lo veda. Nascosto e ben conservato al freddo e al buio. E nel microclima che si forma negli spazi - atomi - infinitesimali, tra questo cuore e la sua pellicola, lì riporre i muschi e i licheni. A protezione.
Ho un cuore a lunga conservazione io, si sa. Solo il cielo sa come fa a mantenersi ancora integro senza conservanti e polifosfati.

Quello che voglio dire è che tutti i giorni, uscendo e tornando a casa, passo attraverso un luogo che è una galleria di vento umano straordinaria. Ha una stufetta d’inverno e un ventilatore d’estate e un uomo che se ne prende cura. I passanti lasciano solo passi ma lì dentro, questi passi, sembrano uniti da una comune coreografia, un Bolshoi metropolitano che a riprenderlo con una videocamera lasceremmo ai posteri un monumento della vita urbana di valore storico. Se la storia così come la conosciamo avrà ancora un senso. Vorrei portarci ognuno di voi per vedere se fa lo stesso effetto che dopo due anni e mezzo fa a me. Ancora.
Due anni e mezzo.

Sì, d’accordo: non bisogna coltivare l’attesa ma la speranza affinchè questo cuore si conservi bene per vedere ancora. Sentire i passi.
E amare.

Così ho risposto a tutti. :-) Credo.

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tutta mia la città

Dicembre 15, 2007 · 5 Commenti

Fa sempre effetto vedere le strade deserte, quando la presenza della città si eclissa dietro le finestre e il freddo congela le sbavature e le imperfezioni delle ore antimeridiane. Questa notte un’arteria di Firenze è stata protetta e addormentata. Un’anestesia parziale di chilometri d’asfalto, blocco totale di transito automobilistico sulla giuntura che unisce la vecchia sede del Meyer a quella nuova. Questa notte stanno trasportando tutti i bambini dell’ospedale pediatrico fiorentino nella nuova sede. Nelle loro nuove stanze. Su strade religiosamente deserte - lentissime ambulanze, senza sirene, passeggiano come un corteo di carrozze dirette al ballo.
Una volta un mio amico mi raccontò di come non bisogna mai spostare le piante nemmeno di un metro perchè - per loro - un metro diventa un viaggio intercontinentale. Come se spostassi la mia orchidea dalla Spagna all’India in cinque secondi.

Mi piace pensare che non sia stato un caso che io sia rimasta a piedi e che abbia dovuto attraversare quel limbo urbano.
L’anima della città ha voluto trattenere il mio sguardo su piccole storie che il più delle volte nemmeno mi sfiorano.
Mentre scrivo sono in corso le operazioni di trasporto dei piccoli pazienti. Oltre 200, dicono, i volontari sparsi su tutto il tragitto, per tutta la notte al freddo, per assicurarsi che nessuno intralci, anche solo per un minuto, il viaggio dei bambini del Meyer.
E la città selvaggia fatta di traffico e fretta. La città che inganna, che ingoia, quella dei souvenir inutili, la città senza parcheggi, ologramma di se stessa, questa stessa città si è trasformata - per qualche ora - in una serra per fiori rari con un microclima degno di un cuore pulsante.

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l’autobus della gioia (ancora nuvole)

Dicembre 9, 2007 · 2 Commenti

Ieri sono salita sull’autobus della pace e dell’amore. Una sorta di caravan of love dei nostri giorni. Pensavo fosse l’effetto della ballad degli annie hall che suonava l’ipod direttamente nei miei padiglioni auricolari. Dalla ritmica così cadenzata da modificare persino la realtà. Ma alla terza strizzata d’occhi ho capito che era tutto vero. Ero salita davvero sull’autobus della gioia.
Sono entrate due coppie con bambini a seguito e almeno tre persone si sono alzate per far accomodare le mamme. Poi son saliti quattro anziani, e anche qui, stessa scena. Il conducente guidava senza strattoni e non inchiodava ad ogni fermata. Si è persino fermato due volte alle strisce pedonali non ancora attraversate dai pedoni, e li ha fatti passare lui. Una signora, carica di buste, non riusciva ad obliterare il proprio biglietto ed è stata soccorsa prontamente da un giovane. Un nonno giocava con lo sguardo con un giovane treenne, tondo e bello come una piccola pesca profumata. A me sembrava che tutti sorridessero. Ad un certo punto li ho osservati bene, uno ad uno, i miei compagni di tratta. Erano tutti rilassati. Nessuna suoneria invadente. Nessun discorso privato raccontato ad alta voce. Dodicesima fermata, la prossima è la mia. Quasi sarei arrivata al capolinea. Ma dovevo scendere. E - mi sembrava - dalle nuvole.


soundtrack: Annie Hall - Ghost’s Legs
ripresa:nuvolamigrante

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ho lasciato la bici in un luogo comune

Novembre 13, 2007 · 11 Commenti

Ho passato il sabato pomeriggio a chiedere una mano per liberare la mia bicicletta da una catena inossidabile. Si era spezzata la chiave nella serratura e non c’è stato verso di scassinarla con ferretti, limette e persino con la mia preziosa pinzetta per sopracciglia (chi sa, taccia!). Ho chiesto una mano alla polizia, ai vigili, ai commercianti di pelletteria del centro perchè mi aiutassero con una tronchesi. Niente. Carrattrezzi euro 80 per l’intervento. Polizia, spallucce. Commercianti troppo indaffarati per darmi retta. Persino un elettrauto circondato da attrezzi di varia natura mi ha risposto, diffidente, che non sapeva assolutamente come aiutarmi. La prima persona a darmi una mano è stato un tunisino: con tutta la sua buona volontà però non è riuscito nemmeno a scalfire la lucentezza del metallo. Disperata, lunedì, entro in una ferramenta e spiego il problema al commesso che mi guarda fisso negli occhi e scuote la testa.
Alle mie spalle un signore, dall’aspetto sembrava un muratore con le mani segnate dalla calce, quella polvere che sembra ormai parte del colore della pelle. Indossava un maglioncino di quelli che si usavano negli anni ‘80 a rombi e fiori geometrici di vari colori e uno sguardo fermo. Mi dice in un italiano comprensibile: ti aiuto io, non preoccupare.
Rimango in silenzio per qualche secondo, guardo il proprietario della ferramenta che è già indaffarato a servire il cliente successivo. Dove è bicicletta? mi chiede ancora. Gli indico la zona. Alle 7 stasera ci vediamo lì vengo con attrezzi. Ti aiuto io. Tentenno, mi assalgono dubbi, immagino stradine buie e oggetti di metallo minacciosi. Tento di arginare la sua disponibilità chiedendogli quanto mi verrà a costare questo intervento. Lui dice nulla. Ci vediamo dopo, mi dice, mentre va via dal negozio. I miei dubbi aumentano. Perchè tanta gentilezza?
E’ senza dubbio un albanese. Lo riconosco dall’accento e dall’aspetto: le persone come me che sono nate e cresciute nel pianerottolo di fronte all’Albania hanno una certa familiarità con quei tratti. Il mio pensiero torna alla bici. In fondo è parcheggiata in un posto all’aperto, certo la stradina è rientrata, un gomito del centro storico della città. Al massimo urlo.
Alle sette Giorgio, questo il suo nome, era già lì che mi aspettava con una tronchesi gigante. Lo conduco verso la bici, lui armeggia e si accorge presto che non sarebbe bastata quella specie di forbiciona spessa che pareva uscita dallo zaino di Polifemo. Mi dice che deve andare a prendere il flessibile e senza nemmeno aspettare che gli dicessi quanto mi dispiacesse dargli tutto questo fastidio lui era già sulla strada. Torna dopo poco con il flex e finalmente, dopo un numero infinito di scintille, la catena si spezza. Lui riprende tutti i suoi strumenti. Cerco di convincerlo a farsi offrire almeno un caffè. Niente. Avevo bisogno di una mano, lui poteva aiutarmi e lo ha fatto. Che altro volevo? L’albanese è scomparso nel gomito semibuio senza nemmeno che io sia riuscita a stringergli la mano. Prima di andar via mi ha detto che non solo non voleva essere pagato ma che lui non chiede soldi a quelli di Puglia.
Questa la mia piccola storia sugli “stranieri”. Oggi leggo un bel pezzo di Gustavo Zagrebelsky su Repubblica che non trovo on line. Lascio qui un passaggio: se i rapporti sociali fossero perfettamente equilibrati, la parola straniero con i suoi quasi sinonimi odierni (migrante, immigrato, extra-comunitario) e le loro declinazioni nazionali (magrebino, islamico, senegalese, rom, cinese, cingalese, eccetera)sarebbe oggi una parola neutrale priva di significato discriminatorio.

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