24 fotogrammi in 4 parole


il mare d’inverno e i pensieri slegati
Gennaio 5, 2008, 1:49 pm
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Sono tornata da poco nella città dove risiedo dopo aver passato giorni al sud come fossi in un guscio di noce, protetta semplicemente dalla presenza.
Giorni che mi sono sembrati lunghissimi, pieni di sguardi, di parole, di silenzi, di semplici gesti quotidiani.

Ho avuto tempo per pensare. Pensieri sparsi, slegati tra loro come una collana di perle che ha perso il proprio filo. Ed ogni pensiero rotondo, prezioso di per sè, ha vagato qua e là sul piano inclinato delle mie giornate.
E poi il mare d’inverno. Così spazioso e puro nella sua durezza, ogni volta lascia un segno nei ricordi che mi porto dietro, un sigillo di recproca appartenenza. Un marchio a fuoco - invisibile a tutti - inciso sotto l’ultimo strato di pelle.
Il mare col freddo. Senza quegli odiosi ombrelloni colorati. Solo il vento e il manto crespo dell’acqua.

Sono tornata a lavoro ed ho fatto fatica a rientrare nell’ordine di idee della puntuale, quotidiana, serrata corsa a dover sempre essere. L’essere è e non può non essere. Ma certe volte ho proprio voglia di non essere. Bene, inaugurerò un giorno al mese del non essere. Non dover dar conto a nessuno. Andare con il berretto di traverso, come disse qualcuno, o non proferir parola. Pensare tutto il giorno oppure - semplicemente - dormire.

Certe volte mi sento un giardiniere con la sola propensione alla potatura. Via, via! Sfrondare, tagliare, accorciare. Le inutilità. il superfluo. Il ramo pesante, la chioma impossibile.
Ci sono delle cose che - per fortuna - non dimentichiamo. Nella nostra stoltezza celere e insensibile, nei nostri percorsi fatti senza alcuna consapevolezza, ci sono delle cose che non dimentichiamo.
Ho ripreso la mia vita con i soliti buon propositi del lunedì, del primo dell’anno, dell’inizio di un libro, della benedizione di un computer nuovo: da oggi farò questo e farò quello. E poi scivolerà tutto sempre nell’abitudine.
Ma forse, ogni volta, un piccolo, minuscolo cambiamento c’è. Ed è invisibile agli occhi.
Ma l’essenziale è invisibile agli occhi.



poco haiku, molto cielo
Dicembre 8, 2007, 8:42 pm
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Nell’attesa ho alzato gli occhi al cielo
incastrato dalle linee rette dei palazzi.
Se ne stava lì
come fotogramma di pellicola.
E trasversali ai miei occhi
passavano le nuvole
veloci.
A passo 1.
Non ho pensato a nulla.
Solo alle nuvole lontane.



per pochissimi
Ottobre 28, 2007, 4:47 pm
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Ad un mese di distanza dall’ultima volta che ho aperto l’editor di wordpress per scrivere un post, mangiata dai sensi di colpa verso i miei pochi ma speciali lettori, ho deciso di mettere in standby le attività scribacchine di questo blog. Il mio tempo si è contratto come assorbito da un’implosione stellare che ingoia tutti i secondi a mia disposizione sul display del telefonino che mi tiene il tempo. E i minuti che mi rimangono liberi da scadenze, impegni, riunioni, produzioni li dedico a leggere blog in giro per la blogosfera.
Poi - come già disse qualcuno - faccio cose, vedo gente. E prendo appunti, perchè in questo nuovo ambiente di lavoro ogni tanto viene fuori una storia che può essere raccontata. E lo farò.
Eludo pertanto le classifiche di questa blogosfera, delle quali non mi riguardano nemmeno gli utlimi posti. Mi posiziono nel range di quei blog che annaspano senza link nel mare poco visibile ai più. Vi assicuro - però - che io ci sono sempre, che leggo sempre tutti i post di coloro che hanno un posto nel mio feed-cuore e che presto tornerò a scrivere.



Scene da una bottiglia ambulante
Settembre 27, 2007, 7:47 pm
Archiviato in: anima, segni urbani

Oggi ho incontrato l’uomo più triste del mondo. Era seduto nel posto degli invalidi di guerra e delle donne gravide. L’uomo era invalido. Nell’anima.
Un vecchio guerriero cui avevano lacerato anche l’armatura.
Chissà quale guerra aveva combattuto per avere un volto così triste.
Accasciato e avvolto da un soprabito verde militare, aveva il collo proteso verso il basso, sembrava quasi dormisse ma era vigile. Gli guardavo le palpebre e intuivo i movimenti. Ogni tanto guardava fuori dal finestrino e nemmeno una volta si è girato verso la folla.
Avreste dovuto vedere la posizione delle mani: la sinistra abbandonata sulle gambe, senza tensione nè movimento. La destra, invece, chiusa a pugno neanche tanto ben serrato e un piccolo tunnel scavato proprio al centro come se stesse portando un fiore. Ecco sembrava che fosse lì su quell’autobus da anni e che avesse un fiore nella mano che - però - si era dissolto nel tempo e ora non si vedeva più.
L’uomo più triste del mondo teneva stretto un fiore immaginario, chissà a chi lo stava portando. E su quell’autobus concitato e pieno di gente a riparo dalla pioggia, senza saperlo, quel guerriero stanco ha creato una storia. L’ha ritagliata nella confusione delle suonerie.
Era triste, era un ex-soldato in licenza da troppo tempo, aveva una fede al dito, forse vedovo, era sconfitto. Era immobile come il dolore.
Quell’uomo aveva un fiore in mano, io l’ho visto. E nascoste dalla sua mano, forse, troppe spine.



fragilità da supermercato
Settembre 20, 2007, 8:19 pm
Archiviato in: anima

Ero in fila alla cassa del supermercato ed una ragazzina bruna, con le codine e una tuta rosa slavato, mi ha chiesto scusa per aver urtato contro la mia gamba con una baguette.
Sembro davvero così fragile?



segnali di fumo e fumetto
Settembre 3, 2007, 8:18 am
Archiviato in: anima, cinema, musica, segnali di fumo

Vi segnalo un altro piccolo haiku su canemucca .
Inoltre a chi piace Miyazaki suggerisco di ascoltare - ad occhi aperti - la colonna sonora de Il castello errante di Howl, suonata dal vivo.



Al di là di tutto
Agosto 29, 2007, 8:08 am
Archiviato in: amore e dintorni, anima, morte

Questa estate mi sono capitate tante cose legate alla morte. L’ultima ieri sera. E mi vien da pensare, legata agli ossimori come sono, che la morte vitale delle cose affranca da una vita mortale.

La camera ardente si apriva alla fine del corridoio accanto alla sagrestia della chiesa. L’ ingresso era stretto e lungo e tappezzato di poster bucolici pieni di farfalle e fiori, qua e là qualche tavolino di fortuna a reggere opuscoli sulla carità e sulla parete sinistra una bacheca piena zeppa di avvisi. Quella stanza era stata allestita velocemente con lo stretto necessario per la veglia funebre: al centro la bara, chiusa. Addossate alle pareti, le sedie per i parenti più stretti, due ceri alla testa del feretro ed un ventilatore affaticato e inadeguato a ricambiare l’aria pesante e umida.

Seguivo mia madre, diretta a condolersi con la moglie del defunto. Lei conosce la mia timidezza quando si tratta di riti formali pur sempre toccanti e si è sentita in obbligo di dovermi dare istruzioni su come fare: prima la moglie, poi i figli. E non dire, come al tuo solito, mi dispiace. Dì solo condoglianze.

In fila diligente per baciare la vedova arriva anche il mio turno. Mi chino per stringere la donna e le sussurro un ribelle mi dispiace tanto.
Mentre mi rialzo, noto che proprio sulla testa della donna alle sue spalle era attaccato, tenuto da puntine, un cartoncino bristol, come quelli che si usano per le ricerche di scienze della scuola media, scritto fitto con il pennarello blu. I versi di Madre Teresa erano trascritti a caratteri tondeggianti e addolciti da qualche voluta. Un titolo grande in stampatello: LA VITA. Faccio un passo indietro, mi accorgo d’essere equidistante tra il feretro - alle mie spalle - e i versi sulla vita - lì davanti a me.

Solo due ore prima avevo avuto una telefonata difficile, un dialogo complicato in cui io non avevo saputo dir nulla, ammutolita com’ero dalla difficoltà di non dire cose banali di fronte alle difficoltà e la voglia di esprimere i miei sentimenti. E quindi - per paura di dire la cosa sbagliata - ero stata zitta.
Mentre leggevo quei versi avevo la sensazione che Madre Teresa mi stava mettendo sulla punta delle dita le parole che non avevo saputo trovare prima.

Ho cercato un pezzo di carta sul quale trascrivere, ho trovato uno di quei giornali dell’azione cattolica pieni di fotografie dei paesi del terzo mondo, ho scelto la pagina più chiara e l’ho ricopiato parola per parola.

La vita è un’opportunità, coglila
la vita è bellezza, ammirala
la vita è beatitudine, assaporala
la vita è un sogno, fanne realtà
la vita è una sfida, affrontala
la vita è un dovere, compilo
la vita è un gioco, giocalo
la vita è preziosa, abbine cura
la vita è una ricchezza, conservala
la vita è amore, godine
la vita è un mistero, scoprilo
la vita è promessa, adempila
la vita è tristezza, superala
la vita è un innno, cantala
la vita è una lotta, accettala
la vita è un avventura, rischiala
la vita è felicità, meritala
la vita è la vita, difendila.

(per te)



a-mors: senza morte
Agosto 24, 2007, 9:04 am
Archiviato in: amore e dintorni, anima, morte | Tag:

Questo è un fatto realmente accaduto qualche giorno fa. Una persona a me molto cara me ne ha parlato, ho chiesto e avuto il suo consenso per raccontarlo a modo mio. Solo i nomi non corrispondono alla realtà, tutto il resto è dimostrazione che il vuoto non esiste. Nè l’assenza. Nè la distanza.

La prossima volta gli avrebbe portato un girasole. Ma non quella mattina.
Erano anni, tantissimi e lunghi, che non metteva piede in quel cimitero, le dava inquietudine sapere che suo padre e suo fratello erano costretti in un rettangolo di marmo.
In posti come quelli la pietra bianca restituisce la luce del sole sotto forma di quiete. Ma lei di quella quiete non aveva mai voluto sentirne parlare. Figuriamoci la luce. Perché poi avrebbe dovuto? per fare finta che ci fosse ancora un luogo, una casa a cui far visita? Prego, accomodati, vuoi un bicchiere d’acqua?
Nemmeno una volta, da quel giorno funesto, nemmeno una volta era andata lì - anche solo per accarezzare i volti di quelle foto. E poi i fiori. Quelli appassiscono; meglio niente allora. Non voglio più veder finire le cose, pensava.

Ma Francesco era morto da poche settimane e questa volta non poteva più rimandare. Quella mattina Giulia uscì di casa decisa.
I lutti le avevano lasciato solchi tutt’attorno ai pensieri, e per anni aveva portato con sé quella strana malinconia di chi sente troppa differenza tra il pieno e il vuoto, l’assenza e la presenza, il silenzio e la parola. Io, voi. Come se ci fosse un muro che divide i vivi dai morti; e il muro - per Giulia - era quel luogo.
Oltrepassò il cancello e pensò -chissà perchè - alla sua professoressa di latino quel giorno quando le chiese di declinare la parola morte: mors-mortis…

Camminando lentamente aveva superato i padiglioni affollati di gente e si era fermata nell’ala est, dove avevano sepolto Francesco.
I gradini sottostanti alla lapide erano bollenti, avevano ingoiato centinaia di passi e tutto il calore di quei giorni d’agosto. Si era seduta e aveva cominciato a parlargli. Nessuno mi prenderà per pazza se parlo con un morto, vero?
Ma nell’ala est non passava nessuno, c’era calma. La quiete.
“Ti volevo portare il mio fiore preferito, Francè…” - comincio a bisbigliare. “Un girasole. Uno soltanto. “La prossima volta, promesso, te lo porto. Ma te ne sei andato così all’improvviso e sono ancora arrabbiata con te” - continuò tra i denti.
“Tu che volevi fare un sacco di cose, tu che dicevi che prima o poi avresti fatto far pace a mamma e Silvia. E solo tu, credo, ce l’avresti fatta a riunirle quelle due. Ma te ne sei andato prima… Il girasole, però, te lo porto lo stesso. La prossima volta”.

Girò la testa per asciugarsi le lacrime e in quel momento vide una sagoma avvicinarsi. Più in là la gente distribuiva mazzi di fiori. Ma lì, in quel momento, c’era solo lei. E Silvia che si avvicinava lentamente.
Silvia si ferma, Giulia la guarda incredula; Silvia aveva un fiore in mano, uno solo. Un girasole bellissimo.
Era passato molto tempo dall’ultima volta in cui l’aveva vista, anni da quando aveva litigato con sua madre.

Nell’impossibilità di pronunciare parole, si abbracciarono piano.

Silvia cominciò a raccontare a Giulia di come quella mattina aveva pensato, senza sapere bene il perchè, di portare un girasole a Francesco: non i garofani, una rosa o qualche giglio.

Si congedarono con una promessa taciuta negli occhi.
Giulia lasciò quel luogo lentamente, così come era entrata, e mentre oltrepassava l’uscita pensò alla parola amore che in latino si dice amor, a-mors: senza morte.
A-mors. Senza morte.



Vorrei essere Cyrano de Bergerac
Agosto 10, 2007, 9:12 am
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Cyrano è un personaggio raro, guascone temerario e libero, brutto, nasone, irriverente.
E’ proprio lui che, rispondendo alle critiche dei suoi amici che cercano di convincerlo a legarsi a un signore potente affinchè qualcuno possa pagare i suoi versi e renderlo ricco, parla - appunto - del Mercurio Francese.
E lo fa con uno dei monologhi più belli mai scritti. Che vi consiglio di leggere per intero, io qui vi lascio il link dove potrete sentirlo recitare da Eugenio Allegri, introdotto da Baricco in quell’esperimento televisivo coinvolgente che è stato Totem.
Vi consiglio di ascoltarlo con attenzione qualora non l’abbiate mai sentito. E di ascoltarlo ancora e ancora qualora lo conosciate bene, come me, per ricordarsi che essere intellettualmente onesti non sempre ripaga in danè ma…vabbè lo lascio dire a lui. Cyrano, tocca a te.

[...]
E sempre sospirare, pregare a mani tese:

- Pur che il mio nome appaia nel Mercurio francese?

No, grazie! Calcolare, tremar tutta la vita,

far più tosto una visita che una strofa tornita,
servir suppliche, farsi qua e là presentare?…
Grazie, no! grazie no! grazie no! Ma… cantare,

sognar sereno e gaio, libero, indipendente,
aver l’occhio sicuro e la voce possente,

mettersi quando piaccia il feltro di traverso,
per un sì, per un no, battersi o fare un verso!

Lavorar senza cura di gloria o di fortuna,
a qual sia più gradito viaggio, nella luna!
Nulla che sia farina d’altri scrivere, e poi

modestamente dirsi; ragazzo mio, tu puoi
tenerti pago al frutto, pago al fiore, alla foglia

pur che nel tuo giardino, nel tuo, tu li raccolga!
Poi, se venga il trionfo, per fortuna o per arte,

non dover darne a Cesare la più piccola parte,
aver tutta la palma della meta compita,

e, disdegnando d’esser l’edera parassita,
pur non la quercia essendo, o il gran tiglio fronzuto

salir anche non alto, ma salir senza aiuto!



parole per non dire parole
Luglio 24, 2007, 10:45 am
Archiviato in: anima

Le parole sono come i vagoni dei treni, pieni di persone e di storie. Di sguardi bassi.
Portano qualcuno o qualcosa in tragitti lenti pieni di soste non sempre previste.
Certe volte i vagoni sono vuoti, treni diretti in posti dove nessuno ha voglia di andare. O che magari nessuno conosce.
Filiere mobili di vagoni occupati da parole, milioni di frasi, di discorsi interminabili.
Ma poi un sussulto.
Tirare la maniglia rossa, come nei film, provocare una brusca frenata, osservare le parole, come le persone, assorbire il colpo con un movimento oscillatorio. E all’arresto definitivo, scendere. Ovunque si sia fermato il treno. E camminare a piedi. Non aver più bisogno delle parole. Di quei vagoni senza aria condizionata pieni di gente rumorosa. Camminare a fianco dei binari, correre. Sedersi, stare in piedi, stancarsi. Fare ciao ciao alle parole e vederle allontanarsi su quei vagoni. Sapere che torneremo a pagare il biglietto per salire e sederci vicino al finestrino. Quando saremo troppo stanchi, pagheremo il biglietto. Ma adesso voglio camminare a piedi. In silenzio.